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Inserito:  30 Mar 2019 22:35
Sono capitata qui per caso e non so bene come funziona questo forum, ma vorrei condividere alcuni miei pensieri. Non so se capita anche a voi, ma io mi lascio continuamente condizionare dal giudizio degli altri. A volte i giudizi sono diretti altre volte penso di percepirli io, per esempio attraverso uno sguardo e sono tutti giudizi negativi. Ora, io mi rendo anche conto di essere irrazionale in quanto non posso essere certa che quelle persone mi percepiscano male, ma io non riesco a togliermi questi pensieri dalla mente. Inoltre mi lascio soprattutto condizionare dall'idea che io vorrei trasmettere agli altri ma non riesco a trasmettergli. Non riesco, in quanto secondo me non sono abbastanza bella, odio il mio aspetto fisico e odio il mio carattere: sono troppo introversa, timida e molte volte mi blocco quando devo o voglio dire qualcosa. Ho sempre l'impressione di sbagliare davanti agli altri. Soffro quotidianamente di crisi d'ansia, di depressione e nervosismo ma non mi è ancora stato diagnosticato nessun disturbo o malattia. Sono seguita in un CPS da una psichiatra e privatamente da una psicologa da ormai quasi due anni, ma non riesco a vedere dei risultati. Ho da poco conseguito la maturità, e mi sarebbe piaciuto iniziare qualcos'altro come un'università o un lavoro. Ma a causa del mio carattere e delle mie scarse competenze non riesco e mi è stato anche sconsigliato dai medici. Il problema è che io non riesco più a vivere in casa mia con i miei genitori (persone stupende) e soprattutto con l'idea di non stare facendo niente(non faccio mai niente in caso, non ho un hobby). Sono disperata, a volte penso al suicidio, ma non lo voglio fare davvero perchè credo di poter diventare un altra persona, ci credo davvero. Altre cose importanti da dire: non ho amici, non riesco a fidarmi nemmeno dei miei parenti come mio padre e mia sorella,sono stata vittima di atti di bullismo verbale e brutte esperienze quando ero piccola. E ci sarebbero un sacco di altre cose da dire ma non c'è la faccio più. Però un cosa importante è che non dovremmo farci condizionare dai giudizi delle persone che non ci vogliono bene e farci schiacciare da una società individualista ed egoista, dove se non appartieni agli standard convenzionali allora vieni escluso ed emarginato. Dovremmo fregarcene e fare quello che ci fa stare bene.
Inserito:  30 Mar 2019 22:38
Con questo non voglio dire che sono tutti stronzi, conosco delle buonissime persone. Pultroppo però non riesco a legare neanche con loro ho troppa paura e continuo a fare errori sociali.
Inserito:  31 Mar 2019 16:17
Per favore qualcuno risponda è molto importante per sto molto male non riesco ad alzarmi dal letto ad uscire di casa sto scoppiando mi sento sola e senza un futuro aiuto
Inserito:  31 Mar 2019 22:52
Ciao Giulia
Mi sa che una cosa importante l'hai detta subito: ti fai troppo condizionare dai giudizi degli altri! E magari qualche volta questi giudizi non ci sono, li immagini se non ti senti sicura di te stessa, sono il frutto della tue paura di non piacere, di non essere all'altezza...
Scusami se ti dico queste cose dirette ma mi sembra  di capire molto bene le tue emozioni, non sono poi così rare...
Tra le tante cose che dici sai cosa mi piace? Il fatto che tu creda di  poter diventare un'altra persona, mi piace la tua fiducia: secondo me tu non devi diventare un'altra, sei già una gran persona, con una bella ricchezza interiore… devi solo imparare a volerti bene per quello che sei e mostrarti con coraggio anche agli altri.

Non voglio pensarti sola, chiusa in casa, chiusa nel tuo dolore: non lo meriti. Coraggio Giulia, il mondo ti aspetta
Inserito:  01 Apr 2019 03:45
Grazie fioredicactus le tue parole sono molto belle e mi sono di conforto. Vorrei davvero riuscire ad uscire dal guscio. Spero di poterlo fare piano piano un passo alla volta e spero che anche gli altri che hanno i miei stessi problemi riescano. Pultroppo però non è per niente facile, anche perchè sono consapevole che l'ostacolo principale sono io. Comunque ci voglio provare.
Inserito:  01 Apr 2019 03:48
Inoltre, anche esperienze del passato come episodi di bullismo che ho subito e insicurezze famigliari continuano a bloccarmi, i ricordi ritornano a galla e per me è difficile oltrepassare e superare questi ostacoli del passato.
Inserito:  01 Apr 2019 04:03
Non so se può essere utile per qualcuno: sto partecipando ad un corso di musicoterapia da un po'. E un po', anche se non con chi sa quali risultati stravolgenti, mi sta aiutando ad imparare ad ascoltarmi e a relazionarsi con gli altri
Inserito:  24 Apr 2019 22:38
Ciao Giulia, mi puoi spiegare in cosa consiste esattamente la musicoterapia? ne ho sentito tanto parlare ma non so esattamente di cosa si tratti, un grosso augurio che tu possa stare sempre meglio
Inserito:  28 Apr 2019 16:26
La mia adolescenza era iniziata nella totale ignoranza a proposito delle femmine e durante l’infanzia, era andata anche peggio: nessuno mi aveva spiegato nulla né io, per altro, mi ero mai preoccupato di saperne qualcosa. Avendo me, come modello di riferimento e l’osservazione, come metodo d’indagine, non ritenevo fossero necessarie altre informazioni. Se io ero fatto in un certo modo, era verosimile che gli altri, tutti, dovessero essere fatti uguali. Vero che le donne, e le ragazze, a differenza dei maschi avevano il seno, come altrettanto vero era che di quello, ne comparivano le prime tracce solo in età relativamente avanzata ma c’erano anche i tratti somatici, alcune abitudini, perfino i giochi a definire la casistica delle differenze e per quel che mi poteva interessare, era ben più che sufficiente. L’idea di andare a chiedere lumi in famiglia l’avevo esclusa da quando, all’età di sette anni, chiesto a mia mamma da dove venivano i bambini. Lei mi aveva raccontato che sposandosi con papà, lui le aveva passato un seme e da quello sarei arrivato io. Niente da dire, per carità, qella era mia madre, ma io già lo sapevo che cos’erano i semi e mi pareva improbabile che potessero evolversi in vita animale. Pure sull’enciclopedia che avevamo, in casa, la nascita sembrava un tema inopportuno, risolto citando il reparto di maternità all’ospedale civile e altri libri, non ce n’erano. Cioè: ce n’erano, ma era tutta roba di narrativa, che però nessuno leggeva mai, come se avere dei libri dovesse solo servire a giustificare la presenza di una libreria.
All’epoca della questione seme, ero an¬cora intriso della catechesi per la Prima Comunione e mi figuravo il cosiddetto Buon Dio come quel barbuto Signore, proposto dalle immagini del sussidiario. Nel mio bisogno di estrapolare un nesso logico, fra vita e Creazione, osservando i disegni degli scheletri animali, dinosauri, mammiferi, pesci e volatili avevo realizzato che noi, esseri umani, la specie superiore, dovevamo risultare da un percorso di perfezionamento; non si spiegava altrimenti come mai, tutti, avessimo più o meno la stessa struttura ossea. Alla fine, avrei postulato che fra anello, prete e suffragio celeste ce ne dovesse essere abbastanza da far nascere chiunque; questione archiviata. Se non che, quello stesso anno, du¬rante la vacanza al mare, notai un gruppo di bambini fare capannello attorno a una bimba di colore, che non doveva avere più di tre o quattro anni. Tutti a farle coccole e complimenti, chi tentando di comunicare, altri proponendo di giocare mentre io solo, unico deficiente, la guardavo e mi mettevo a ridere, più volte sottoline¬ando l’assenza del fallo. Nessuno però, dovette avermi dato retta. Ci vollero cinque anni, prima che ai miei occhi potesse comparire qualcosa di classificabile come prova. In seconda media, quando mi capitò fra le mani una rivista per adulti, vidi la fotografia della testa di un uomo sprofondata fra le cosce di una donna. Già lo sapevo, per sentito dire, che quella era una cosa che le donne facevano agli uomini e mi pareva ovvia, di conseguenza, la versione opposta, cioè che lui prendesse in bocca il membro di lei. Fu grazie a quella foto che considerai finalmente risolta la questione archiviata; il passo successivo sarebbe stato libera immaginazione: disegnare donne nude, tutte, con quella cosa fra le cosce.
Ragionavo così, allora. Lo so che non è una scusante, ma quello era il mio modo di pensare, ciò che avevo per la testa. Che fosse poi veramente mio o non, piuttosto, ispirato alla cultura praticata dai miei coetanei è un altro discorso. Il fatto era che, nulla sapendo del mondo, qualsiasi cosa avrebbe potuto rappresentarlo e quello, allora, avevo a disposizione. Ancora però, non riuscivo razionalmente a spiegarmi per quale motivo, la patta dei pantaloni delle femmine fosse così piatta e sarà stato per dispetto, dissacrazione o verifica in odore di scienza, ma quando infilai una mano fra le cosce di Marzia, la bambina di cui mi ero tanto invaghito in prima elementare ne ricavai, all’istante, una sonora sberla, seguita dall’epiteto composito di: scemo/porco/maiale. Le canzoni che i ragazzi cantavano, sempre all’epoca delle scuole medie e dai cui testi speravo di ricavare qualche segreta delucidazione, non mi aiutavano più di tanto. Proprio non riuscivo a capacitarmi di come potesse essere fatta una figa coi denti, anche se sapevo di cosa si trattava: da quanto avevo dedotto, questione di nomenclatura, quella parola era il nome attribuito al membro femminile ma la storia dei denti, in ogni caso, mi lasciava perplesso.
Finite le scuole medie, accadde che scovai, nascosta in casa, una copia della rivista Duepiù. Era una delle tante passioni coltivate dalla mamma e dal signor Germano. Da lì, avrei appreso (quasi) tutte quelle cose che mi serviva di conoscere anche se leggerle, o guardarne le illustrazioni non sostituiva l’averne qualche esperienza. Per il tipo che ero, allora, per il carattere che avevo, si poteva dire che mi bastassero il solo pensiero, l’immaginazione di una qualsiasi cosa per credere d’esserne già esperto. Ignoravo completamente l’esercizio della pratica e pretendevo d’essere, di fatto, imparato in tutto. Cosa ci sarebbe voluto, pensavo, per fare le cose, uguali a come stavano descritte e una volta fatte, il resto sarebbe venuto da sé. Il mondo era pieno di cose che, sembrava, accadessero da sole e se lo facevano quelle, figurarsi le altre.
Il signor Germano era il nuovo amico della mamma, iscritto a ruolo da quando lei si era divorziata. Fu introdotto in casa piuttosto gradatamente, quasi a cavallo della dipartita paterna, senza però che questo impedisse varia natura di alterchi e zuffe e grida d’ogni genere. Adulti che facevano le stesse cose uguali dei ragazzini, anche se il vero problema era che mamma aveva concesso al signor Germano carta bianca per l’educazione: esplicita licenza a menare le mani, ne fosse incorsa la necessità. Sarebbe accaduto in molte, tante, troppe occasioni realizzando, nel tempo, un clima di totale assoggettamento. Mamma aveva deciso così: doveva essere il signor Germano a dare le istruzioni e avrebbe potuto farlo con ogni mezzo. Anche verbale. Accadde una sera, a cena, quando a lui venne in mente che sarebbe stato utile mi si informasse su determinati accorgimenti. Servendo il brasato, colse l’occasione per illustrare la massima dell’arrosto bruciato che suggeriva, come precauzione, di levarlo un momento prima. Avendo capito l’allusione, per rispondere a tono, io gli dissi che quella cosa (non osandomi a pronunciare la parola coito) mi pareva fosse già definita come interrotta. Lui rispose di sì; fine della questione. Posso capire come non fosse facile, allora come oggi, affrontare quel tipo di discorsi, ma il messaggio che pensavo di aver inviato, sebbene cifrato, significava: non preoccuparti di trovare le parole per spiegarmi le cose, perché che me le sto trovando io da solo. Poi non lo potevo sapere se ero stato capito o meno e me ne sarei accorto più avanti che la lezione, non era affatto finita.
Ormai era estate e lavarsi, era una necessità più che ferquente. Io stavo in appunto in bagno, nella vasca, quando d’improvviso entrò il signor Germano che, chiusa la porta, si mise davanti a me. Visto che stavo crescendo, mi disse, sarebbe stato utile che io imparassi a conoscere il mio corpo in tutte le sue parti e funzioni e questo includeva, anche, una corretta e completa educazione sessuale. Io gli risposi di sì, va bene, ma non aggiunsi altro. Già lo avevo imparato quello che, immaginavo, mi stava per spiegare, nel senso che me lo ero andato a leggere. Ora sapevo com’erano fatte le donne, da dove venivano i bambini e tutto il resto. Ancora non conoscevo il ciclo mestruale né i metodi contraccettivi, a parte quella roba che tutti chiamavano preservativo, che forse l’avevo visto, forse no, ma non ne facevo una questione capitale. Il signor Germano però, non era di donne che era venuto a parlarmi ma di me: voleva spiegarmi com’ero fatto. Stava lì a guardarmi. Io non mi muovevo, né osavo dire parola. Già sapevo che era sempre bene fare attenzione, che se avessi detto qualcosa di sbagliato sarebbero volati ceffoni. Meglio tacere. Il signor Germano, con certo fare cattedratico, mi prese il pisello in mano, dicendo come si chiamava. Sempre poi tenendolo fra le dita, mi indicava le parti di cui era composto. Manovrando con attenzione, diceva che questo si chiama così, qua si dice cosà. Le sue mani accompagnavano la pelle muovendo il prepuzio, per poi scendere verso i testicoli e risalire ancora; intanto parlava, descriveva, spiegava, raccontando chissà cosa. Lo sa il Cielo, com’è che sono riuscito fargli intendere la mia attenzione senza che intuisse il mio agitato disagio. Avevo tanta paura di essere picchiato o forse, non lo so; avevo paura e basta. Era una situazione che, come ancora oggi non so descrivere, allora non avevo alcuna idea di come vivere. Non capivo. E più non capivo, più il signor Germano si peritava di parlare, spiegare, raccontare. Ora si stava dedicando al glande. Mi mostrava di dove uscivano le urine. Teneva la punta fra le dita e nell’altra mano aveva i testicoli, che rigirava nel palmo. Io facevo vedere che guardavo lì, poi guardavo lui, ma senza sapere cosa dire. Lui diceva che gli ebrei, vivendo in un paese caldo, usavano praticare la circoncisione, che sarebbe stata il taglio di non so più cosa, che così il glande restava pulito, sempre strofinando contro il tessuto. Io dicevo sempre che sì, va bene. Le sue dita muovevano la pelle, accompagnandola fin verso la punta per poi farla scivolare di nuovo indietro e poi avanti ancora. Sarebbe stato quello, lo strofinamento. Finita la lezione, dopo che il signor Germano uscì dal bagno, io dovetti lavarmi di nuovo.