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Inserito:  10 Giu 2019 23:29
Ciao. Scrivo in questo forum per condividere un po' di me.
Voglio darmi un nome di fantasia perché non me la sento di scrivere il mio vero nome. Mi chiamo J. Alfred Prufrock (è il nome di una poesia Di Thomas Eliot che uso spesso quando scrivo su internet) e sono un ragazzo di 22 anni. Sono uno studente di fisica e tra pochi mesi dovrei laurearmi se tutto va bene, non ho problemi in famiglia, ho dei genitori che mi vogliono molto bene e che non mi fanno mai mancare nulla, non ho problemi di salute, ne impegni che mi gravano oltre lo studio. Amo lo studio ed amo ciò che studio e molti mi dicono che sono anche bravo, ho tanto tempo  libero come ogni ragazzo alla mia età ne ha, non ho mai avuto lutti tra i miei parenti, ho ancora entrambi i nonni materni e paterni e tante persone che credo mi vogliano bene, sono una persona molto fortunata e senza preoccupazioni.
La prima volta che ho pensato a farla finita è stata quando ero ancora in prima media. Lo ricordo bene, ero nella stanza di mia sorella ed i miei genitori non c'erano, ho pensato che avrei preso il coltello da cucina e mi sarei trafitto il cuore. Il pensiero di farla finita accompagna tutta la mia vita e 10 anni per un ragazzo che di anni ne ha 22 sono davvero tanti. Sono maturato, molte cose che pensavo da piccolo non le penso più, ma questa idea di uccidermi non mi ha mai abbandonato ma mi accompagna, ogni anno, ogni mese e in questo periodo ogni ora. Un anno che probabilmente ha deciso tutta la mia vita è stato il primo anno di liceo. Ero un ragazzo in cerca di accettazione, profondamente insicuro e con una autostima davvero bassa già alle medie, ma al liceo dovevo ricominciare da zero con persone che non conoscevo e che non mi conoscevano. I ragazzi a quella età sanno essere davvero cattivi, ero un ragazzo molto bullizzato. Stare attenti, andare bene, non era qualcosa che ti faceva essere accettato ed io non avevo letteralmente nessun amico. Iniziai il primo anno malissimo, prendevo tantissime insufficienze, non riuscivo a studiare e non era nemmeno nelle mie priorità. A lezione non guardavo il professore ma guardavo i miei compagni, cercavo di vedere se mi stavano prendendo in giro o meno. Avevo una insicurezza cronica, stavo sempre in silenzio ed ogni volta che aprivo bocca, le mie parole risuonavano patetiche e ridicole dentro di me. Non sentivo di essere amato da nessuno, forse nemmeno capivo di essere depresso, ero io contro tutto il mondo. Mi ricordo a volte come pregassi, lo so che è assurdo, pregavo perché quando chiedevo a qualcuno di uscire mi dicesse si. Io non mi sentivo accettato da nessuno, mi sentivo continuamente in lotta per un briciolo di attenzione, perché mi si riconoscesse di essere qualcuno. Non avevo nessun valore, né ambizione nella mia vita, mi sentivo rifiutato, vedevo tutti con enorme ostilità e a quei tempi il rapporto coi miei genitori era ben diverso da quello di adesso. I voti erano catastrofici e questo i miei genitori non lo potevano accettare. Non cercavano di supportarmi, di motivarmi o altro, loro non capivano quanto fossi in difficoltà ad adattarmi coi miei nuovi compagni di classe, quanto fossero instabili già da allora i miei rapporti. Quando ero al primo liceo ho avuto dei tentativi reali di farla finita. Una volta è stato dopo che avevo preso un 2 di italiano per non aver studiato, ricordo che ero uscito da scuola e mia madre era venuta prendermi. Ero in macchina, ricordo che le dovetti dire di aver preso quel voto, ricordo l'impeto con cui lei si girò verso di me, ricordo la furia negli occhi, ricordo che inizio a prendermi a schiaffi ed io dentro mi sentivo morire, ricordo che ero ancora lì, fuori dalla scuola. Quando tornammo a casa lei non smise di urlare dentro la macchina, ricordo che sbattevo in continuazione la testa nel vetro ma lei non se ne accorgeva nemmeno. Ricordo che continuava ad urlare ancora dentro casa. Io mi chiusi nel bagno e scrissi qualcosa che doveva essere un messaggio di addio, con lo smalto nel vetro dello specchio. Ricordo di aver preso la corda dell'accappatoio ed averla legata ad una estremità dello scaldacqua, ricordo che davanti a me avevo lo specchio, ma stavo troppo in alto per vedere il mio volto. C'era solo la mia figura patetica a metà corpo davanti a me, provavo solo un disgusto profondo, mi sentivo ridicolo, sentivo solo di meritare di morire. Cancellare le tracce di smalto sullo specchio non fu semplice e rovinai tutto il vetro, dissi che per la rabbia avevo lanciato il contenuto della boccia. Mia madre si infuriò nuovamente, diceva che ero pazzo. La scuola andava malissimo, non avevo delle vere amicizie se non persone alla quale elemosinavo di uscire ogni tanto. Presto iniziai ad ingrassare molto, mangiavo tanto e probabilmente era fame nervosa, non volevo studiare, volevo solo giocare ai videogame per dimenticare di esistere. L'unica cosa che volevo fare era dimenticarmi della mia vita, perché ogni volta che pensavo a quanto tutto andasse a rotoli, ogni volta che pensavo di non avere alcun futuro dentro, di non concepire nemmeno che le cose potessero andare diversamente, mi sentivo morire. Mio padre diceva che non mi avrebbe fatto andare a scuola, che non aveva intenzione di mantenermi e che avrei dovuto lavorare ed avevo solo 12 anni. Non c'era nessuno, nessuno al mondo da cui mi sentissi amato, nessuno. Nessuno mi cercava di aiutare, io ero un inetto, uno scarto del mondo ed iniziai ad avere l'idea pervasiva di essere ritardato. Facevo test su internet, credevo sinceramente di non essere come gli altri, di avere problemi perché avevo qualche sindrome che non mi era stata diagnosticata. I test su internet sono qualcosa di paradossale, una persona può mettere dei risultati in base a quello che sente di sé e alla fine conferma il suo pregiudizio. Quei test dicevano che soffrivo da sindrome da distrazione, oppure facevo test del QI, ottenevo punteggi bassi e questo mi confermava quello che io credevo di me, lo dicevo a mio padre e lui mi rispondeva "come i down". Non si poteva uscire da quel circolo vizioso, potevo anche passare ore su una pagina di un libro e non memorizzare niente. Io non ci riuscivo ed ero soltanto troppo depresso e stavo troppo male. Ricordo tutte le volte che mia madre mi schiaffeggiava, ricordo di una volta che le dissi che lei era il diavolo e lei mi sputo dicendomi che le facevo schifo. Una volta le dissi, in lacrime, che avevo problemi coi miei compagni, che non mi sentivo coinvolto nelle loro vite e lei mi disse, ora non ricordo se erano queste le parole, disse "che noi avevamo troppa confidenza". Io non capisco perché mi si potesse fare tutto questo, perché nessuno intervenne, perché nessuno faceva qualcosa e non si accorgeva quanto stavo male. Senti che le persone che più di tutte dovrebbero amarti diventano le prime a ferirti ed abbandonarti. Inizi a non fidarti di nessuno, di vedere ogni persona come un nemico, come qualcuno che potrebbe farti del male, inizi a pensare che questo è quello che ti spetta, di essere corrotto fin dall'essenza. Mia madre non era sempre così, sapeva essere anche gentile ed era un continuo alternarsi tra dei comportamenti iper protettivi e materni a una furia immensa. Quell'anno alla fine lo passai, mi lasciarono tre materie e credo che se mi avessero bocciato mi avrebbero distrutto per sempre. Mia madre mi diceva che si vergognava di dire ai parenti che non ero stato promosso. Ho raccontato solo un anno particolare della mia vita, sono cambiate tante cose ma quell'odio profondo verso me stesso non mi ha mai abbandonato. Ho voluto raccontare soltanto questo, perché tutto questo non resti soltanto nella mia testa. Mi rendo conto di essermi dilungato molto e vi ringrazio davvero per essere arrivati fin a questo punto. Volevo solo parlare.
Inserito:  16 Giu 2019 15:12
Ciao J. Alfred,
mi chiamo Matilda, prima volta sul forum e che forum... ho qualche  anno più di
te; leggendo la tua lettera il tuo mondo attuale parrebbe perfetto, ma tra le ri
ghe ho percepito come un distacco da tutto.
Ti stai per laureare, hai dei compagni che ti stimano , ore per gli svaghi eppur
e è come se tutto questo non ti appagasse, come se stessi guardando un film o le
ggessi la storia di qualcun altro.
La tua adolescenza ha sancito il vuoto che ti porti dentro; dai 12 anni in poi c
ominciamo a formare le basi di ciò che diverremo e tu , come molti altri( quanto
mi ci ritrovo)   hai incontrato il buio.
Il bullismo c'è sempre stato: la non approvazione degli altri, i litigi con i ge
nitori che non comprendono o forse non ascoltano le paure che stai affrontando o
ancora peggio "si nascondono"
Ha differenza tua io ho affrontato le mie paure con la convinzione che nessuno p
oteva deridermi, ma questo non significa che io fossi più forte , è stato solo u
n modo diverso di pormi agli altri , una ricerca di me, otre me...
Credo che tu debba provare a ritrovare quel J Alfred prima dei 12 anni e capire
cosa ha fatto nascere in te la voglia di farla finita, non dico che devi farlo d
a solo,ci sono figure preposte all'aiuto verso gli altri.
Io, una change a quel ragazzino la darei.
Con affetto.
Matilda
Inserito:  01 Lug 2019 11:30
Caro J. Alfred Prufrock,
tu scrivi e racconti la tua vita in modo divino,
leggerti è come vederti di fronte.
La tua adolescenza assomiglia tanto alla mia e posso assicurarti che nonostante le pene che la vita ti riserverà, tu farai grandi cose, vivrai!