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Inserito:  24 Feb 2020 22:13
Questa vita mi fa sentire intrappolata. Mi trascino anno dopo anno sempre più faticosamente, ma nello sforzo di vincere l’inerzia ho perso di vista l’orizzonte, non so più dove sto andando né chi sono. Mi sento in colpa verso mia figlia e il mio compagno, meno ma anche nei confronti dei miei familiari. In colpa perché sento che li tradirei se solo riuscissi a mostrargli un decimo di quanto non mi va più di vivere. Non mi va perché non ce la faccio più. Mi sono persa per strada più di 15 anni fa, e considerando che di anni ne ho quasi 33 direi che vivere la metà della propria vita con sofferenza non è esattamente un dato che mi dona prospettive rosee per il futuro. Anzi.
La dipendenza da sostanze stimolanti è stato il leit motiv di questi 15 anni. Attraverso un percorso di disintossicazione presso un serd ho capito che l’abuso di sostanze è stato solo un sintomo del mio disagio. Un tentativo disastroso di sentire meno il mio dolore. In effetti la droga mi ha aiutato ad allontanare il pensiero deprimente del fallimento, che sentivo su di me come una spada di damocle, ma con se ha portato via tutta la mia giovinezza. E ora mi sento l’anima decrepita, stanchissima.
Devo dire che provo una grande tenerezza nei confronti delle mie psicoterapeute (ne ho avute molte nel corso degli anni). Cercano in tutti i modi di dimostrarmi il mio valore, ma il tentativo è pari a quello di qualcuno che cerca di descrivere la bellezza dei colori ad un non vedente. Mi piacerebbe riuscire a coltivare la mia autostima ma credo che ci sia un meccanismo rotto in me. Mentre la psicologa in colloquio  evidenzia la mia tenacia nell’affrontare le sfide della vita io penso che sia solo per paura del giudizio degli altri che non mi lascio andare, per paura che diventi evidente anche a loro il fallimento che sono oppure che in fondo già pensino che sono un fallimento ma non lo dicono per non infierire. La psicologa dice che sono resiliente, io penso di essere masochista.
Mi sono persa per strada vuole dire che non so più che voglio veramente. Non so perché sto male. Non so cosa potrebbe farmi stare meglio. Mia figlia? Mia figlia mi vede, ma vede anche il mio malessere e a modo suo si protegge. Sia chiaro, mi alzo tutte le mattine, la preparo, la porto a scuola, lavoro come imprenditrice, la prendo da scuola, la porto a nuoto, dal logopedista (eh già perché la vita, per una ex-bambina plusdotata quale io credo fossi, aveva in serbo per me una figlia con disabilità intellettiva). Ma quando uno dei pensieri dolorosi che mi attraversano la mente mi dipinge un ghigno sofferente e le lacrime mi rigano il viso silenziosamente, lei mi rincuora, nel modo puro e dolce di una bambina di sei anni e mezzo.
Sono stata una bambina trascurata nei miei bisogni affettivi. Un feticcio per i miei genitori, ai quali non ho più chiesto aiuto quando ho capito che non solo non sono mai stati in grado di confortarmi, ma forse sono stati all’origine della mia sofferenza. Genitori ai quali ho nascosto tante sofferenze che ho vissuto perché la loro possibile reazione mi spaventava più dell’idea di affrontare il dolore da sola. Parental child la diagnosi della primissima psicoterapista. “Dolorosa lucidità” è il modo in cui la attuale terapista definisce il mio dialogo interiore.
Il mio compagno? Da ammirare il suo grande sforzo per migliorarsi, in due anni è totalmente cambiato in meglio. Ma io credo che non riuscirà mai a contribuire alla mia felicità, a volte mi affatica pretendere il rispetto di chi ti bolla come “troppo sensibile”. E allora mi chiudo in me stessa.
Tutto ciò per dire che ho paura di morti cruente e dolorose, come già ho letto qui chi cerca il suicidio è perché vuole cessare il dolore, non concentrarlo in un ultimo drammatico atto.
Se fosse possibile vorrei una iniezione che dolcemente mi accompagnasse verso l’oblio, proprio come un malato terminale, circondata dai miei cari e con il loro sostegno. Cari comprensivi che esistono solo nella mia fantasia, dal momento che penso che i miei si opporrebbero strenuamente (basta vedere con quale veemenza abbiamo soppresso le mie aspirazioni personali quando avevo poco meno di 20 anni) e mi accuserebbero di essere ingrata per tutte le opportunità che la vita mi ha dato, facendomi sentire ancora più in colpa e intollerante all’ipocrisia di questa società.
Se loro sapessero di aborti, overdose, crisi di astinenza, sesso umiliante, delusioni, violenze fisiche subite, molestie sessuali non credo che riuscirebbero a contraddire la mia scelta. Sicuramente la giudicherebbero e non sarebbero di aiuto. La psicologa dice che sto male perché è impossibile che io mi riesca a confortare da sola, e infatti sempre più spesso penso che vorrei dissolvermi nell’aria, oppure non svegliarmi più e basta.
Inserito:  26 Feb 2020 23:46
Ciao. Leggendo e rileggendo le tue parole, ho sentito un senso di vicinanza rispetto a quello che racconti e a quello che mi pare di leggere tra le righe. Tra l'altro, sto vivendo anche io la forte sensazione di essere in trappola. Mi pare di percepire in tutte le tue vicende un grande assente: l'amore. Come una voglia di autopunizione dovuto alla difficoltà di amarti così come sei, più che per il fatto di essere un fallimento. Non riesco a scriverti molto stasera... Vorrei solo invitarti a non arrenderti e a continuare a cercare di comunicare quello che senti. Quando si prende la strada sbagliata, perdersi è il modo migliore per potere sperare di trovare quella giusta. Ciao