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Internet@mico / STAI PENSANDO AL SUICIDIO? / Se la risposta è si... / Non è la prima volta che penso di suicidarmi.
Inserito:  30 Set 2020 17:30
Questo è un "repost" dall'altro ieri notte, forse ho sbagliato il forum. Perdonate lo stile disorganizzato di questo testo.

Come riassumo, tanto per capirci, la mia vita e la mia condizione...?
Oddio, “condizione”, come se fossi malato. Sono abbastanza giovane, ho quasi 27 anni. Convivo con una tristezza immensa da 27 anni. Mio fratello gemello ha una disabilità motoria, tetraparesi spastica, parla poco e quasi solo noi in famiglia riusciamo a capire le poche parole che dice per forza di cose. Per parlare e comunicare molto spesso fa “versi” o, in alcuni casi (specie quando è arrabbiato, non vuole fare qualcosa o è impaziente) urla, e quando piange, piange sempre come se avesse un dolore atroce. È comunque molto intelligente, sa scrivere, scrive poesie e testi per una piccola compagnia di teatro, ha sense of humour, un carattere buono (ma anche a volte pessimo per certe cose) ma comunque gli ho sempre voluto bene. Amo profondamente fratello, anche se a volte lo detesto, e ho sempre teso a stare solo.
Da bambino giocavo più spesso da solo che con lui, anche perché a volte trovavo un po’ difficile coinvolgerlo. Mia madre spesso mi rimproverava per questo.
“Coinvolgi di più tuo fratello!”.
Sante parole, ovviamente, anche se purtroppo molto spesso le sentivo come pugni nello stomaco mentre giocavo con i nostri amici, e finivo per sentirmi male.
Ero egoista, come purtroppo sono tutt’ora.
Il rapporto con mio fratello è migliorato abbastanza negli anni, ed anche se la sua mente è quella di un adulto, molte modalità con cui comunica sono rimaste le stesse di quando avevamo 10 anni in pratica. Tutt’ora quando siamo a tavola lo dobbiamo imboccare, convincerlo a mangiare con cose tipo “mangia per ‘amico di famiglia’ “, “mangia o non vediamo più ‘amico’ “ ecc... Spesso tra l’altro siamo agitati a tavola, perché corre sempre il rischio di soffocarsi (una volta gli ho fatto la manovra di Heimlich perché non si strozzasse).
Nonostante mio fratello crei una situazione divertente, buffa, e ci ridiamo sopra spesso, facendo molta ironia e anche un po’ di black humour sulla disabilità... C’è tanto lavoro, tanta fatica e lacrime trattenute dietro la faccia nella mia famiglia.  Abbiamo sempre lottato contro i pregiudizi e gli sguardi pietosi che accompagnano la vita di un disabile. Io ho lottato con sensi di colpa atroci nei suoi confronti, perché sentivo come se avessi rubato il suo corpo. Non sentivo di avere diritto ad una vita mia, perché non meritavo il mio corpo.

Siamo benestanti, non soffriamo
economicamente, mio padre è un giudice, mia madre, commercialista, laureatasi molto dopo la nostra nascita per occuparsi meglio di me e mio fratello mentre mio padre lavorava già.
Ho avuto due genitori amabili, ci hanno sempre comunque riempito d’affetto durante l’infanzia, non lo nego.
Nessun genitore è perfetto però.

Dalle medie in poi, la mia vita è stata un disastro. Vittima di bullismo in prima media, l’apice fu un bullo che mi incrinò il coccige a ginocchiate nello spogliatoio della scuola dopo che mi ero incazzato perché mi aveva rubato il posto, l’ennesimo “scherzo” da buttare giù.

Mia madre è sempre stata abbastanza ricca di aspettative e voleva che mi impegnassi molto nello studio, “altrimenti finivo per pulire i cessi”. A volte era elastica, altre volte rigida. L’unica cosa che contesto a mia madre è che spesso mi ha fatto notare cose tipo “guarda come si impegna quel tuo amico nello studio ed in quello che fa, perché tu non sei così? Perché non hai ambizione?”. Mi faceva sentire malissimo, forse in modo esagerato, ma mi faceva sentire come se dicesse “perché sei tu mio figlio e non lui?”.
Dai dodici anni ad ora evidentemente sono una creatura senza ambizione, e tutti sono migliori di me per questo.
Mio padre era meno a casa di mia madre, e progressivamente, più andavo avanti negli anni (medie, liceo, ed ora università) più la sua espressione ed i suoi commenti/sfuriate sul mio altalenante rendimento scolastico erano il ritratto della delusione.
Io sono tutt’ora il ritratto della delusione di mio padre. Per quasi ogni minimo “passo falso”.  Mi sentivo definire da lui come “inetto” e “neghittoso”, spesso, quando tornavo a casa con un brutto voto, manifesto o nascosto per un po’. Ogni volta che sembra tollerare un fallimento, mio padre non perde occasione di rinfacciarmelo la prossima occasione. Ogni volta che mio padre sembra comprensivo nei miei confronti, sono costretto a rendermi conto che è falso il giorno dopo, e che non mi ha perdonato nulla in realtà.

All’università ho cambiato tre facoltà.
Farmacia, giurisprudenza ed ora, da quasi quattro anni, psicologia.
Psicologia mi piace, ma la laurea triennale sembra ancora lontana, mi mancano due esami.

Molti passi falsi, fallimenti ed abbandoni nella mia vita.
Sono sempre stato bravissimo ad abbandonare gli ambiti in cui potevo avere successo, ogni volta sentivo scivolare via l’ambizione, nevroticamente.
Ero veloce nel nuoto? Smesso
Ero bravo a disegnare? Fatti pochi corsi di disegno ed è da anni che non disegno (piango lacrime amare qui, perché non capisco ancora a fondo il motivo di ciò).
Portato per le lingue? Iniziato un corso mai finito di giapponese, dopo che nel primo esame finale (non universitario ancora) presi 98/100. Il mio rendimento scolastico fu sempre altalenante, tra il 9 ed il 3, anche nella stessa materia, oppure mediocre.  Fui bocciato un anno.
Non ho ancora la patente di guida.

Ogni passione che ho trovato, l’ho abbandonata appena nata ed inerme, alle belve della foresta della paura di affermarsi, di avere un ruolo, di riuscire in qualcosa.

A questo aggiungete anche il fatto che mi ritenevo un fratello di merda, mancato, e capirete perché la prima volta che tentai il suicidio lo feci per una stupidissima delusione d’amore, inconsistente, insignificante. Ingoiai un flacone di citalopram, dopodiché lo vomitai.
Dopo che tentai il suicidio restai praticamente 7 mesi chiuso in casa, avendo attacchi d’ansia ogni volta che ne uscivo. Tendo ancora oggi a farlo, a chiudermi in casa, come un hikikomori.

La mia vita si avvicinò ad una breve e poco convincente svolta.
Decisi di affrontare i miei sensi di colpa verso mio fratello accettando il fatto di avere un corpo mio: camminai fino a Santiago di Compostela, l’estate dopo quel mio letargo depressivo. L’esperienza fu rinvigorente. Per qualche mese dopo il cammino, ero felice di vivere.

Tendo a reggere poco il rapporto, anzi il confronto con gli altri, che stanno andando avanti nella propria vita, mentre io non ci riesco.
Io sono quell’amico distratto e strano che viene invitato, magari va anche d’accordo con i suoi amici, ma che spesso viene anche preso per il culo. Dopo un po’, alcune prese per il culo fanno passare la voglia di stare con gli altri.
Mentre scrivo tutto questo, mi sta venendo da vomitare.

Sento che, arrivato a questo punto, non riuscirò mai a sentirmi felice, qualunque risultato io ottenga in futuro.

Ho scritto in maniera troppo disorganizzata perché la mia situazione sia comprensibile, perciò ora faccio un elenco delle cose che mi stanno massacrando la testa:

-Gemello diversamente abile, amato e anche un po’ detestato ed invidiato, e sensi di colpa verso di lui, verso il mio corpo che lui purtroppo non ha, verso ciò che non ho fatto per lui, nonostante io faccia cose con lui spesso.

-Vittima di bullismo a 11 anni. Sono una persona molto distratta a volte, e per questo preso per il culo spesso.

-Nessuna laurea per ora, chissà per quanto mi mancheranno questi due esami. Neanche una patente di guida, sono fonte di delusione e sconforto per mio padre e mia madre, aggiunto alle difficoltà fornite da mio fratello.

-L’unica cosa che mi dà un’illusione di conforto sono libri e videogiochi, ma dura sempre poco.

-Il confronto con gli altri mi destabilizza. Non esco praticamente quasi mai di casa. Invidio gli altri.

-Non sono vergine, sono stato con due ragazze nella mia vita. Il rapporto più lungo è durato un mese e mezzo. Ora come ora mi viene il panico al solo pensiero di avere un rapporto d’amore con una ragazza.

-Non riesco ad uscire.

-Non riesco a dare dei termini alla mia vita, questa laurea triennale sta durando cinque anni.

-Non riesco a guardarmi allo specchio spesso. Mi sento brutto, nonostante magari non lo sia.

Cosa devo fare per non suicidarmi?
La mia vita è priva di senso, vuota, e con continue ferite aperte.
Sono stanco. Esausto.
C’è gente che sta molto peggio di me, eppure ha la forza di andare avanti.
Mi sento privo di valore.
Il giorno di della mia ottenuta patente, della mia laurea, saranno giorni come gli altri. Non mi andrà neanche di festeggiarli. Sono già in terapia da uno psicologo molto bravo, dovrei riprendere settimana prossima. Purtroppo ogni giorno sento la speranza che le cose migliorino scivolarmi addosso sempre di più... Non so quanto durerò ancora.