Venerdì, Agosto 12, 2016

L’importanza del non giudizio ……

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    La mia adolescenza era iniziata nella totale ignoranza a proposito delle femmine e durante l’infanzia, era andata anche peggio: nessuno mi aveva spiegato nulla né io, per altro, mi ero mai preoccupato di saperne qualcosa. Avendo me, come modello di riferimento e l’osservazione, come metodo d’indagine, non ritenevo fossero necessarie altre informazioni. Se io ero fatto in un certo modo, era verosimile che gli altri, tutti, dovessero essere fatti uguali. Vero che le donne, e le ragazze, a differenza dei maschi avevano il seno, come altrettanto vero era che di quello, ne comparivano le prime tracce solo in età relativamente avanzata ma c’erano anche i tratti somatici, alcune abitudini, perfino i giochi a definire la casistica delle differenze e per quel che mi poteva interessare, era ben più che sufficiente. L’idea di andare a chiedere lumi in famiglia l’avevo esclusa da quando, all’età di sette anni, chiesto a mia mamma da dove venivano i bambini. Lei mi aveva raccontato che sposandosi con papà, lui le aveva passato un seme e da quello sarei arrivato io. Niente da dire, per carità, qella era mia madre, ma io già lo sapevo che cos’erano i semi e mi pareva improbabile che potessero evolversi in vita animale. Pure sull’enciclopedia che avevamo, in casa, la nascita sembrava un tema inopportuno, risolto citando il reparto di maternità all’ospedale civile e altri libri, non ce n’erano. Cioè: ce n’erano, ma era tutta roba di narrativa, che però nessuno leggeva mai, come se avere dei libri dovesse solo servire a giustificare la presenza di una libreria.
    All’epoca della questione seme, ero an¬cora intriso della catechesi per la Prima Comunione e mi figuravo il cosiddetto Buon Dio come quel barbuto Signore, proposto dalle immagini del sussidiario. Nel mio bisogno di estrapolare un nesso logico, fra vita e Creazione, osservando i disegni degli scheletri animali, dinosauri, mammiferi, pesci e volatili avevo realizzato che noi, esseri umani, la specie superiore, dovevamo risultare da un percorso di perfezionamento; non si spiegava altrimenti come mai, tutti, avessimo più o meno la stessa struttura ossea. Alla fine, avrei postulato che fra anello, prete e suffragio celeste ce ne dovesse essere abbastanza da far nascere chiunque; questione archiviata. Se non che, quello stesso anno, du¬rante la vacanza al mare, notai un gruppo di bambini fare capannello attorno a una bimba di colore, che non doveva avere più di tre o quattro anni. Tutti a farle coccole e complimenti, chi tentando di comunicare, altri proponendo di giocare mentre io solo, unico deficiente, la guardavo e mi mettevo a ridere, più volte sottoline¬ando l’assenza del fallo. Nessuno però, dovette avermi dato retta. Ci vollero cinque anni, prima che ai miei occhi potesse comparire qualcosa di classificabile come prova. In seconda media, quando mi capitò fra le mani una rivista per adulti, vidi la fotografia della testa di un uomo sprofondata fra le cosce di una donna. Già lo sapevo, per sentito dire, che quella era una cosa che le donne facevano agli uomini e mi pareva ovvia, di conseguenza, la versione opposta, cioè che lui prendesse in bocca il membro di lei. Fu grazie a quella foto che considerai finalmente risolta la questione archiviata; il passo successivo sarebbe stato libera immaginazione: disegnare donne nude, tutte, con quella cosa fra le cosce.
    Ragionavo così, allora. Lo so che non è una scusante, ma quello era il mio modo di pensare, ciò che avevo per la testa. Che fosse poi veramente mio o non, piuttosto, ispirato alla cultura praticata dai miei coetanei è un altro discorso. Il fatto era che, nulla sapendo del mondo, qualsiasi cosa avrebbe potuto rappresentarlo e quello, allora, avevo a disposizione. Ancora però, non riuscivo razionalmente a spiegarmi per quale motivo, la patta dei pantaloni delle femmine fosse così piatta e sarà stato per dispetto, dissacrazione o verifica in odore di scienza, ma quando infilai una mano fra le cosce di Marzia, la bambina di cui mi ero tanto invaghito in prima elementare ne ricavai, all’istante, una sonora sberla, seguita dall’epiteto composito di: scemo/porco/maiale. Le canzoni che i ragazzi cantavano, sempre all’epoca delle scuole medie e dai cui testi speravo di ricavare qualche segreta delucidazione, non mi aiutavano più di tanto. Proprio non riuscivo a capacitarmi di come potesse essere fatta una figa coi denti, anche se sapevo di cosa si trattava: da quanto avevo dedotto, questione di nomenclatura, quella parola era il nome attribuito al membro femminile ma la storia dei denti, in ogni caso, mi lasciava perplesso.
    Finite le scuole medie, accadde che scovai, nascosta in casa, una copia della rivista Duepiù. Era una delle tante passioni coltivate dalla mamma e dal signor Germano. Da lì, avrei appreso (quasi) tutte quelle cose che mi serviva di conoscere anche se leggerle, o guardarne le illustrazioni non sostituiva l’averne qualche esperienza. Per il tipo che ero, allora, per il carattere che avevo, si poteva dire che mi bastassero il solo pensiero, l’immaginazione di una qualsiasi cosa per credere d’esserne già esperto. Ignoravo completamente l’esercizio della pratica e pretendevo d’essere, di fatto, imparato in tutto. Cosa ci sarebbe voluto, pensavo, per fare le cose, uguali a come stavano descritte e una volta fatte, il resto sarebbe venuto da sé. Il mondo era pieno di cose che, sembrava, accadessero da sole e se lo facevano quelle, figurarsi le altre.
    Il signor Germano era il nuovo amico della mamma, iscritto a ruolo da quando lei si era divorziata. Fu introdotto in casa piuttosto gradatamente, quasi a cavallo della dipartita paterna, senza però che questo impedisse varia natura di alterchi e zuffe e grida d’ogni genere. Adulti che facevano le stesse cose uguali dei ragazzini, anche se il vero problema era che mamma aveva concesso al signor Germano carta bianca per l’educazione: esplicita licenza a menare le mani, ne fosse incorsa la necessità. Sarebbe accaduto in molte, tante, troppe occasioni realizzando, nel tempo, un clima di totale assoggettamento. Mamma aveva deciso così: doveva essere il signor Germano a dare le istruzioni e avrebbe potuto farlo con ogni mezzo. Anche verbale. Accadde una sera, a cena, quando a lui venne in mente che sarebbe stato utile mi si informasse su determinati accorgimenti. Servendo il brasato, colse l’occasione per illustrare la massima dell’arrosto bruciato che suggeriva, come precauzione, di levarlo un momento prima. Avendo capito l’allusione, per rispondere a tono, io gli dissi che quella cosa (non osandomi a pronunciare la parola coito) mi pareva fosse già definita come interrotta. Lui rispose di sì; fine della questione. Posso capire come non fosse facile, allora come oggi, affrontare quel tipo di discorsi, ma il messaggio che pensavo di aver inviato, sebbene cifrato, significava: non preoccuparti di trovare le parole per spiegarmi le cose, perché che me le sto trovando io da solo. Poi non lo potevo sapere se ero stato capito o meno e me ne sarei accorto più avanti che la lezione, non era affatto finita.
    Ormai era estate e lavarsi, era una necessità più che ferquente. Io stavo in appunto in bagno, nella vasca, quando d’improvviso entrò il signor Germano che, chiusa la porta, si mise davanti a me. Visto che stavo crescendo, mi disse, sarebbe stato utile che io imparassi a conoscere il mio corpo in tutte le sue parti e funzioni e questo includeva, anche, una corretta e completa educazione sessuale. Io gli risposi di sì, va bene, ma non aggiunsi altro. Già lo avevo imparato quello che, immaginavo, mi stava per spiegare, nel senso che me lo ero andato a leggere. Ora sapevo com’erano fatte le donne, da dove venivano i bambini e tutto il resto. Ancora non conoscevo il ciclo mestruale né i metodi contraccettivi, a parte quella roba che tutti chiamavano preservativo, che forse l’avevo visto, forse no, ma non ne facevo una questione capitale. Il signor Germano però, non era di donne che era venuto a parlarmi ma di me: voleva spiegarmi com’ero fatto. Stava lì a guardarmi. Io non mi muovevo, né osavo dire parola. Già sapevo che era sempre bene fare attenzione, che se avessi detto qualcosa di sbagliato sarebbero volati ceffoni. Meglio tacere. Il signor Germano, con certo fare cattedratico, mi prese il pisello in mano, dicendo come si chiamava. Sempre poi tenendolo fra le dita, mi indicava le parti di cui era composto. Manovrando con attenzione, diceva che questo si chiama così, qua si dice cosà. Le sue mani accompagnavano la pelle muovendo il prepuzio, per poi scendere verso i testicoli e risalire ancora; intanto parlava, descriveva, spiegava, raccontando chissà cosa. Lo sa il Cielo, com’è che sono riuscito fargli intendere la mia attenzione senza che intuisse il mio agitato disagio. Avevo tanta paura di essere picchiato o forse, non lo so; avevo paura e basta. Era una situazione che, come ancora oggi non so descrivere, allora non avevo alcuna idea di come vivere. Non capivo. E più non capivo, più il signor Germano si peritava di parlare, spiegare, raccontare. Ora si stava dedicando al glande. Mi mostrava di dove uscivano le urine. Teneva la punta fra le dita e nell’altra mano aveva i testicoli, che rigirava nel palmo. Io facevo vedere che guardavo lì, poi guardavo lui, ma senza sapere cosa dire. Lui diceva che gli ebrei, vivendo in un paese caldo, usavano praticare la circoncisione, che sarebbe stata il taglio di non so più cosa, che così il glande restava pulito, sempre strofinando contro il tessuto. Io dicevo sempre che sì, va bene. Le sue dita muovevano la pelle, accompagnandola fin verso la punta per poi farla scivolare di nuovo indietro e poi avanti ancora. Sarebbe stato quello, lo strofinamento. Finita la lezione, dopo che il signor Germano uscì dal bagno, io dovetti lavarmi di nuovo.

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