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	<title>Internet Amico</title>
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	<description>Servizi di sostegno nell&#039;emergenza emotiva e prevenzione del suicidio</description>
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	<title>Internet Amico</title>
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		<title>Il coraggio di chiedere aiuto</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jul 2023 19:31:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[aiuto]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiedere aiuto non è sbagliato. Mai.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La vita è quella cosa che corre su un asse di equilibrio che va ogni volta riassestato, per permetterti di continuare a starci sopra e non cadere né da un lato né dall&#8217;altro.</p>



<p><br>Quando si cade, ci si può rialzare da soli o <strong>si può chiedere aiuto.</strong><br><strong>Chiedere aiuto non è sbagliato.</strong></p>



<p><br><strong>Mai. </strong></p>



<p><br>Può essere una persona che ci è vicina o unə perfettə sconosciutə che aiuta persone professionalmente.&nbsp;</p>



<p><br>Ciò che è entrato in modo prepotente nelle nostre vite negli ultimi anni, dai social alla pandemia, dà e continua a dare delle belle scosse a questo asse.&nbsp;</p>



<p><br>Teniamolo saldo, in un modo o nell&#8217;altro.&nbsp;<br>E se servono due mani in più per farlo, chiedetele e sicuramente vi saranno date.&nbsp;<br><br>Ci hanno insegnato che dobbiamo essere forte, che chiedere aiuto è sinonimo di fallimento.<br>Che viviamo in una società che non tollera il debole, il diverso, gli errori.</p>



<p><br><strong>Falso.</strong></p>



<p><br><strong>Senza gli errori non si cresce</strong>, non si migliora, non si impara.<br>E tutti siamo deboli e tutti siamo forti e tutti siamo diversi e tutti siamo uguali.</p>



<p><br>La strada non è mai facile.<br>Ma <strong>ci stanno un sacco di bei panorami.</strong></p>



<p><br>Se ci serve una mano per arrampicarci e ammirarli, <strong>chiediamola.</strong></p>
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		<title>La solitudine della generazione &#8220;Z&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 21:18:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[generazionez]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La solitudine della Generazione Z è una realtà che interroga l'intera società.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Questa è una storia triste dal finale costruttivo e buono per scriverci sopra un trattato di sociologia: «Generazione Z o della solitudine». Tutto parte da un semplice, quanto pesantissimo post: «<strong>Qualcuno vuole uscire con me? Sono solo</strong>». Un appello lanciato su Tik Tok dal giovanissimo cantante barese Potes (18 anni), il quale, stanco di non avere amici e trascorre serate in solitudine ha deciso di affidare al web il suo grido di dolore. Sicuramente non si aspettava che, infilato nella magica bottiglia della Rete, il suo messaggio sarebbe diventato virale ottenendo 300 mila visualizzazioni, 25 mila like e 873 commenti al video.  Potes ha così inconsapevolmente aperto un enorme dibattito sulla solitudine della generazione Z e non solo. Nonostante i tanti social network a disposizione, l’intrattenimento virtuale e la facilità nel poter chattare con chiunque in ogni parte del mondo dietro un pc o smartphone, <strong>restare isolati nel mondo reale è più facile di quanto si possa immaginare.</strong></p>



<p>«Un giorno a settimana in cui esco &#8211; scrive nel video &#8211; decido di andare a Bari e ci sto andando da solo perché non ho amici con cui uscire. Sentire mia madre che dice &#8220;Posso venire io cosi non esci da solo”, è un altro tipo di dolore”». Immediata la catena di risposte, messaggi e inviti ad uscire di persona: «Andiamo insieme? Anche io non ho nessuno con cui andare in giro», scrive Carmen. «Ormai preferisco fare tutto fa solo, mi sono abituato a stare bene così», aggiunge Antonio.</p>



<p>«Perché siamo tutti così soli?» riflette Francesco. «I social dovrebbero servire anche a questo, a trovare compagni di viaggio per poi coltivare buone amicizie. Non mollare», segue Rosa. «Ti do un consiglio &#8211; conclude Cristina &#8211; accetta di uscire con tua madre perché quando non ci sarà più la rimpiangerai». Insomma, <strong>si è aperto un dibattito che vale la pena alimentare e seguire e sul quale tutti ci dovremmo interrogare: padri, madri, nonne, amici.</strong></p>



<p></p>



<p>Articolo di Emanuela Minucci</p>



<p>La Stampa 8 dicembre 2022</p>
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		<title>Cosa è il consenso:</title>
		<link>https://www.internetamico.net/cosa-e-il-consenso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2023 21:56:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[consenso]]></category>
		<category><![CDATA[stupro]]></category>
		<category><![CDATA[violenza contro le donne]]></category>
		<category><![CDATA[violenzadigenere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consenso non è solo una parola, ma un processo continuo e dinamico fra due persone.<br />
Il consenso è molto di più dell’assenza di un “no”. È la possibilità di un sì vero, che rispetta se stesso e l'altro.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>DALLA CULTURA DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE ALLA CULTURA DEL CONSENSO</strong></p>



<p>Purtroppo, gli stereotipi legati alla violenza e alle differenze di genere spesso non ci permettono di vivere rapporti interpersonali positivi dove&nbsp;<strong>ognuno ha il diritto di decidere del proprio corpo e dove i limiti e i confini sono definiti da un consenso chiaro e dichiarato.</strong></p>



<p>Amnesty International Italia, con la campagna&nbsp;<strong>#io lo chiedo</strong>,&nbsp;&nbsp;vuole far luce su un tema, quello del&nbsp;<strong>consenso e della cultura del consenso</strong>, che permetta di vivere in una società libera dalla violenza sessuale, in cui tutti comprendano appieno il principio che ogni individuo è padrone del proprio corpo e può decidere autonomamente e in totale libertà come gestirlo.</p>



<p>In teoria dovrebbe essere tutto molto semplice: se una persona esprime il proprio consenso ad un rapporto intimo non c’è violenza, se non lo esprime ciò dovrebbe costituire reato.</p>



<p>Purtroppo oggi da un punto di vista normativo la questione non è così lineare: in caso di giudizio, se la vittima non ha detto né «sì», né «no», viene dato per acquisito che fosse consenziente, e in Italia, la normativa ritiene violenti solo gli atti sessuali nei quali ricorrano i vincoli della&nbsp;<strong>costrizione, della violenza e della minaccia.</strong></p>



<p>Questa impostazione del nostro sistema giuridico non tiene conto del fatto che ci possono essere situazioni nelle quali una persona potrebbe non essere in grado né di difendersi, né di esprimere consenso o dissenso, perché magari è talmente terrorizzata da non riuscire né a muoversi, né a parlare. Dunque, non è sempre vero che «chi tace acconsente», e partire da una “presunzione di consenso” può portare ad attribuire alla parte offesa una corresponsabilità nella violenza subìta.</p>



<p>È necessario sottolineare e potenziare&nbsp;<strong>il valore che il termine ‘consenso’ porta con sé</strong>. Il messaggio che si vuole diffondere è che un rapporto sessuale&nbsp;<strong>deve essere una scelta positiva di entrambi e che ogni forma di rapporto in cui viene a mancare la base del consenso, deve considerarsi come una violenza sessuale.</strong></p>



<p>Secondo la Convenzione di Instanbul (2011),&nbsp;il<em> consenso è un accordo volontario e non permanente per impegnarsi in una particolare attività sessuale, può essere revocato in qualsiasi momento e può essere concesso liberamente e sinceramente solo laddove il libero arbitrio di una delle parti consenzienti non sia sopraffatto da circostanze coercitive e quando la persona è in grado di fornire il proprio consenso.</em></p>



<p><strong>Il consenso è necessario affinché possa accadere legalmente un rapporto fisico tra persone con piacere e con intenzione reciproche</strong>;&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>diventa libero se è una decisione che viene presa senza pressioni o manipolazioni, né sotto effetto di droghe o di alcol;&nbsp;</li>



<li>è specifico nel senso che se acconsento ad una cosa non vuol dire che acconsento ad altre;&nbsp;</li>



<li>può cambiare nel tempo anche rispetto a cose dette e fatte in altri momenti;&nbsp;</li>



<li>perché ci sia consenso occorre ricevere tutte le informazioni necessarie, senza omissioni o bugie.</li>
</ul>



<p>Quindi&nbsp;<strong>non si dà il consenso soltanto per compiacere il partner</strong>&nbsp;o perché gli è stata fatta una promessa o perché è un dovere, oppure perché abbiamo ricevuto una pressione psicologica o una manipolazione a seguito di un’insistente richiesta.</p>



<p>Il consenso lo può dare solo chi è:</p>



<p>• maggiorenne</p>



<p>• in uno stato di coscienza non alterata da alcool o droghe </p>



<p>• non minacciato (e non si trova in uno stato di freezing)</p>



<p><strong>IL CONSENSO È CONDIVISIONE, È RISPETTO DELL’ALTRO.</strong></p>



<p>tratto da: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2020/09/IoLoChiedo_manuale.pdf</p>
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		<title>Autolesionismo: farsi male per lenire un dolore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Dec 2022 21:04:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[aiuto]]></category>
		<category><![CDATA[autolesionismo]]></category>
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		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Talvolta la sofferenza fisica è più sopportabile di quella emotiva.L'atto autolesionistico può essere un modo per urlare al mondo la propria esistenza/presenza e la sofferenza che non si è in grado di comunicare a parole.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con il termine autolesionismo si intende l’insieme di tutti quei comportamenti intenzionali finalizzati a <strong>procurare un danno rivolto alla propria persona</strong>, indipendentemente dal desiderio di togliersi la vita.</p>



<p>La definizione è stata formulata dal OMS nel 1992, secondo cui l’autolesionismo è un comportamento:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>non fatale;</li>



<li>intenzionale;</li>



<li>volto a danneggiare se stessi;</li>



<li>che non prevede l’intervento di altre persone;</li>



<li>finalizzato ad apportare, mediante le conseguenze fisiche attese, dei cambiamenti.</li>
</ul>



<p>Alcuni esempi di atti autolesivi sono: tagliarsi, bruciarsi, colpire parti del corpo, ingerire degli oggetti, mordersi, assumere dosi eccessive di sostanze rispetto a quelle prescritte o considerate terapeutiche.&nbsp;</p>



<p>Farsi del male è <strong>un comportamento estremamente impulsivo</strong>, infatti molte persone riferiscono che tra il pensiero di agire e l’atto stesso passano pochissimi minuti.</p>



<p>Il tasso d’incidenza è elevato, ed è stata riscontrata una prevalenza nel genere femminile e negli adolescenti. L’autolesionismo, inoltre, è un <strong>forte predittore </strong>di successivi e futuri comportamenti autolesionistici e suicidari.</p>



<p>L’autolesionismo è un comportamento <strong>molto diffuso negli adolescenti,</strong> soprattutto in presenza di difficoltà a casa, pressioni scolastiche, bullismo, ansia, depressione, bassa autostima, trasferimenti, uso di alcool o droghe. </p>



<p><strong>La messa in atto di autolesionismo consente di focalizzare la propria attenzione sul dolore fisico.</strong></p>



<p>Le motivazioni sottostanti la messa in atto dell’autolesionismo sono in genere relative la necessità di <strong>uscire da uno stato percepito di profondo vuoto per riconnettersi alla realtà</strong> e la gestione di stati emotivi spiacevoli percepiti come altrimenti non maneggiabili.</p>



<p>Il comportamento autolesionistico sposta così l’attenzione <strong>dal dolore emotivo a quello fisico</strong>, vissuto come più tollerabile.</p>



<p>Il dolore fisico in un primo momento allenta la tensione, generando sollievo, e allontana da esperienze emotive che non si vogliono sperimentare.</p>



<p>Nel tempo però ciò rischia di generare nuove esperienze emotive spiacevoli, quali colpa e vergogna per aver messo in atto il comportamento.</p>



<p><strong>Autolesionismo come punizione</strong></p>



<p>L’autolesionismo può rappresentare anche una <strong>forma di auto-punizione</strong>: il senso di colpa e l’autocritica possono elicitare condotte autolesive in soggetti vulnerabili.</p>



<p><strong>Autolesionismo come ricerca di attenzione</strong></p>



<p>Il comportamento autolesionistico può rappresentare infine una <strong>modalità disfunzionale</strong> attraverso la quale <strong>ricercare attenzione</strong>, richiedere aiuto o comunicare agli altri il proprio disagio.</p>



<p>Un gesto estremo utilizzato al fine di <strong>urlare al mondo la propria esistenza/presenza</strong> e la sofferenza che non si è in grado di comunicare a parole.</p>



<p>L’atto autolesionistico, quindi, permette di “lasciar uscire il dolore”, spostare l’attenzione da una sofferenza emotiva a una sofferenza fisica, ridurre il senso d’impotenza, comunicare la propria sofferenza interiore agli altri. Questi comportamenti, dunque, si presentano quando le persone sperimentano emozioni dolorose, che non sono in grado di identificare (“etichettare”), regolare e/o che non riescono a esprimere in maniera adeguata quando stanno cercando aiuto. Il frequente ricorso a queste strategie di fronteggiamento della sofferenza lo fa progressivamente diventare un comportamento abituale che poi le persone non sono più in grado di interrompere, nonostante ne percepiscano i costi a lungo termine e la pericolosità. </p>



<p>Tratto da:</p>



<p>www.istitutobeck.com/terapia-cognitivo-comportamentale/disturbi-di-personalita/disturbo-borderline-personalita/autolesionismo?sm-p=1584812314</p>



<p>www.ipsico.it/news/autolesionismo/</p>
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		<item>
		<title>Giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne</title>
		<link>https://www.internetamico.net/giornata-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-contro-le-donne/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2022 17:31:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<category><![CDATA[violenzadigenere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno nel mondo 45000 donne vengono uccise per mano di conoscenti. E' solo la più brutale delle forme di violenza contro le donne, ma ve ne sono altre e più sottili di cui non è possibile stimare la portata.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Centoquattro donne</strong> sono state uccise dall&#8217;inizio dell&#8217;anno in Italia, fino al 20 novembre 2022. </p>



<p>Questo su un totale di 273 omicidi commessi in Italia. Dove <strong>si muore di più è proprio in famiglia</strong>.</p>



<p>Sono 88 i femminicidi avvenuti in ambito affettivo o familiare. Di questi, 52 hanno visto come carnefice il partner o l&#8217;ex. I numeri sono quelli del report diffuso dal Viminale.</p>



<p>Secondo i dati Istat, nel 2021 le vittime uccise in una relazione di coppia o in famiglia sono state 139: 39 uomini e 100 donne. Di queste, il 58,8% è vittima di un partner o un ex. </p>



<p>Un problema che non riguarda solo l&#8217;Italia: a livello mondiale, sono state <strong>45mila</strong> le vittime per mano di mariti, fidanzati o altri parenti. Secondo l&#8217;Onu, <strong>ogni ora più di cinque </strong>donne e ragazze hanno trovato la morte in famiglia: questo corrisponde a <strong>un femminicidio ogni dodici minuti.</strong></p>



<p>Secondo Un Women questi numeri sono &#8220;allarmanti&#8221; ma il dato potrebbe essere ancora più alto. Almeno quattro morti su dieci, nel 2021, non sono state conteggiate nei femminicidi per insufficienza di dati.&nbsp;</p>



<p><strong>Il 25 novembre,</strong> <strong>Giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne</strong>, non è una data scelta a caso. E&#8217; il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i loro corpi in un burrone venne simulato un incidente. <strong>Non sempre, non ovunque, le cose sono cambiate da quel giorno</strong>: basti pensare alle bambine dell&#8217;India che quasi ogni giorno vengono stuprate e uccise, ma anche a casa nostra, dove la violenza contro le donne è spesso nascosta in ambito domestico.</p>



<p>La Giornata è stata istituita dall&#8217;Onu nel 1999. La matrice della violenza contro le donne può essere rintracciata ancor oggi nella <strong>disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne.</strong> E la stessa Dichiarazione adottata dall&#8217;Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di &#8220;uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini&#8221;.</p>



<p>Alla luce di questi dati la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato all&#8217;unanimità il testo unificato per istituire una <strong>commissione bicamerale di inchiesta sul Femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. </strong></p>



<p>Tratto da:</p>



<figure class="wp-block-embed"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/2022/11/24/violenza-sulle-donne-104-uccise-questanno-88-in-famiglia_c0b00713-7c44-49fc-9594-0cff6a11236d.html
</div></figure>
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			</item>
		<item>
		<title>Salute mentale e adolescenza</title>
		<link>https://www.internetamico.net/salute-mentale-e-adolescenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2022 21:59:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza del prossimo 20 novembre, Unicef Italia ha diffuso i dati riguardanti la salute mentale degli adolescenti; dati davvero allarmanti...</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.internetamico.net/salute-mentale-e-adolescenza/">&lt;strong&gt;Salute mentale e adolescenza&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.internetamico.net">Internet Amico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In occasione della Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre, Unicef Italia ha diffuso i dati riguardanti la <strong>salute mentale degli adolescenti</strong>. Ne emerge un quadro allarmante. Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite denuncia servizi di prevenzione e cura non ancora adeguati. Ecco cosa fa star male i ragazzi e qual è la situazione nel mondo.</p>



<p>Più di <strong>quattro adolescenti su dieci</strong>, di età compresa tra i 10 e i 19 anni, <strong>non hanno chiesto aiuto</strong> a nessuno quando sono stati male. È quanto emerge da un sondaggio che Unicef&nbsp;Italia ha realizzato con l’obiettivo di rilevare la percezione di benessere psicosociale e salute mentale fra i ragazzi.</p>



<p>I risultati rivelano anche che poco più di due adolescenti hanno cercato aiuto rivolgendosi a coetanei ed amici e poco più di uno ai familiari. Solo un adolescente dichiara di essersi rivolto a psicologi presenti nelle scuole e nelle comunità, mentre una percentuale ancora più bassa ha cercato di farsi aiutare dai servizi sociali e sanitari.</p>



<p>Fra le <strong>circostanze che causano apprensione</strong> ci sono:&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>difficoltà economiche personali o della famiglia </li>



<li>senso di isolamento </li>



<li>distanza dalla famiglia e dagli affetti </li>



<li>litigi e tensioni all’interno della famiglia.</li>
</ul>



<p>L’indagine rivela anche che gli adolescenti vorrebbero <strong>sentire parlare più spesso di salute mentale</strong> e benessere psicosociale, non solo a casa ma anche <strong>nelle istituzioni e nei media.</strong></p>



<p>Nel 2019, si stimava che il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze fra i 10 e i 19 anni, circa 956.000, soffrissero di problemi di salute mentale, con una prevalenza maggiore nelle ragazze rispetto ai ragazzi e con una incidenza in aumento con l’età.</p>



<p>Nello stesso anno, solo 30 su 100 persone minorenni con un disturbo neuropsichico sono riuscite ad accedere ad un servizio territoriale specialistico, e solo 15 su 100 ad avere risposte terapeutico-riabilitative appropriate. <br>Negli ultimi anni <strong>la pandemia ha peggiorato la situazione.</strong></p>



<p>Nel mondo soffre di problemi legati alla salute mentale un adolescente su sette fra i 10 e i 19 anni, e 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno: più di <strong>uno ogni 11 minuti</strong>. Il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa.</p>



<p>Secondo quanto si apprende, quasi la metà di tutte le problematiche legate alla salute mentale inizia entro i 14 anni e il 75% di tutte le problematiche legate alla salute mentale si sviluppano entro i 24 anni. Tuttavia la maggior parte dei casi <strong>non viene individuata e quindi nemmeno presa in carico.</strong></p>



<p>Tratto da:</p>



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https://www.upday.com/it/salute-mentale-unicef-adolescenti
</div></figure>
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		<title>Sopravvivere alla perdita del proprio lavoro</title>
		<link>https://www.internetamico.net/sopravvivere-alla-perdita-del-proprio-lavoro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Nov 2022 20:19:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[licenziamento]]></category>
		<category><![CDATA[pauradelfuturo]]></category>
		<category><![CDATA[perdtalavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sconforto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La perdita del lavoro non è un giudizio su se stessi e sul proprio valore come persona. E' un'opportunità che permette di allenare il proprio spirito di adattamento e senso di intraprendenza; può essere un'occasione che aiuta ad essere più forti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La perdita di lavoro, improvvisa o no che sia, genera in ogni persona un insieme di <strong>sentimenti di smarrimento misti a rabbia e sconforto</strong>, che sono difficili da affrontare nell’immediato e che se non ben gestiti, sul lungo termine,<strong> possono portare a blocchi e problematiche psicologiche</strong> anche gravi.</p>



<p><strong>Questi sentimenti sono naturali e comprensibili</strong>, anche studiati dalla comunità scientifica di psicologi che ha identificato diverse fasi che una persona affronta nella gestione del cambiamento, come può essere quello di chi si ritrova improvvisamente dallo stato di occupato a disoccupato. Analizziamole insieme:</p>



<p>1) <strong>Lo shock</strong> &#8211; è la prima fase ed è anche quella più delicata; si possono provare sentimenti di rabbia nei confronti dei propri datori di lavoro, ma anche orgoglio e chiusura nei confronti dei vecchi colleghi. La persona può essere travolta da sentimenti di vergogna e sentire un senso di fallimento, può portare avanti la convinzione di aver sbagliato tutto e di non potercela fare ad andare avanti. <strong>E’ una fase delicata che se non ben gestita può durare anche a lungo.</strong></p>



<p>E’ importante in questa fase iniziare ad elaborare il lutto della perdita e passare velocemente ad una fase di riconoscimento prima, e di accettazione poi, di una situazione nuova che va affrontata e gestita.</p>



<p>2)<strong> Difesa</strong> &#8211; è la fase transitoria e sempre critica, in cui si può reagire all’evento del licenziamento con un progressivo allontanamento dalla famiglia e dagli amici.</p>



<p>Se il periodo di isolamento perdura troppo nel tempo può portare allo sviluppo di pensieri negativi.</p>



<p>E’ opportuno <strong>mantenere un atteggiamento di fiducia in se stessi e reagire tempestivamente.</strong></p>



<p>3) <strong>Riconoscimento della perdita</strong> &#8211; è la fase vera e propria di inizio di gestione dell’evento; si vive emotivamente il <strong>dolore della perdita del lavoro</strong>, riconoscendo che un cambiamento c’è stato e che va affrontato. </p>



<p>4) <strong>Accettazione ed adattamento</strong> &#8211; è l’ultima fase, quella in cui si inizia a voltare pagina e a vedere il cambiamento lavorativo anche come una sfida e un’opportunità di crescita e sviluppo personale. E’ il momento di <strong>movimentare nuove azioni e nuove strategie.</strong></p>



<p>A livello psicologico è bene fare alcune riflessioni importanti.</p>



<p>La perdita del lavoro <strong>non è un giudizio su se stessi e sul proprio valore come persone</strong>. E’ una valutazione sul proprio fare, in un contesto specifico, rapportato ad un mercato che cambia e che non riesce più a sostenere in maniera continuativa progetti e risorse. Non è opportuno generalizzare e sentirsi sconfitti, è piuttosto utile analizzare cosa è andato male ma soprattutto <strong>cosa si può fare di nuovo e diverso per cambiare la situazione e renderla più proficua per sè.</strong></p>



<p>La perdita di lavoro aiuta la persona nella costruzione della propria autonomia di pensiero e di azione, permette di allenare il proprio spirito di adattamento e il senso di intraprendenza. <strong>Aiuta ad essere più forti.</strong></p>



<p>A cura del Dottor Massimo Perciavalle</p>



<p>Tratto da: https://www.psiconline.it/articoli/la-psicologia-del-lavoro/sopravvivere-alla-perdita-del-proprio-lavoro.html</p>
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		<title>Vamping, il nuovo fenomeno conquista-giovani</title>
		<link>https://www.internetamico.net/vamping-il-nuovo-fenomeno-conquista-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2022 19:25:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[approvazione]]></category>
		<category><![CDATA[insonnia]]></category>
		<category><![CDATA[socialmedia]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[vampiring]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti giovani rimangono svegli fino all'alba, connessi alla rete. Esiste una sorta di cybercomunità notturna in cui ritrovarsi, ma questo comportamento non è privo di rischi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Vampireggiare”, diremmo in italiano. Proprio come i <strong>vampiri</strong>, molti giovani restano <strong>svegli fino all’alba</strong>, condividendo post, chattando, giocando, guardando video o scrollando tra i feed delle reti social. Il Vamping permette di partecipare a una sorta di <strong>cybercomunità notturna</strong>, dove ritrovarsi e darsi degli appuntamenti virtuali: nei post condivisi in orari notturni, infatti, gli adolescenti utilizzano proprio l’hashtag #vamping in modo da essere notati o da interagire con quelli che, come loro, decidono di <strong>restare svegli tutta la notte.</strong></p>



<p>Questa pratica, diffusa in particolare tra gli adolescenti, è nata negli USA ma ormai è largamente diffusa anche in Italia. I numeri raccolti dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, infatti, “<strong>6 adolescenti su 10</strong> dichiarano di <strong>rimanere spesso svegli fino all’alba</strong> a chattare, parlare e giocare con gli amici”; il 62% degli adolescenti rimane sveglio fino a tarda notte e un 15% si sveglia sistematicamente, anche dopo essersi addormentato, per controllare le notifiche sui social network.</p>



<p>Perché lo fanno</p>



<p>Le motivazioni sono molte, ma il minimo comune denominatore è sempre lo stesso: la <strong>ricerca degli altri e della loro approvazione</strong>. Per restare connessi con gli altri e comunicare con loro, per una ricerca di approvazione tra i coetanei, <strong>per placare l’ansia del futuro</strong> che li aspetta, per <strong>riempire dei vuoti e cercare di contrastare il disagio che provano </strong>in questo momento storico e in quella fascia critica rappresentata dalla loro età. Di notte, poi, al riparo dagli sguardi dei genitori, sperimentano anche una dimensione di <strong>trasgressione e ribellione nei confronti dell’autorità</strong> che prima, noi adulti, esprimevamo fuori casa. Ma non solo: alcuni giovani si godono questo passatempo notturno, perché hanno già un’agenda strapiena tra scuola, sport, ripetizioni, compiti eccetera, e hanno pochissimo tempo per socializzare con i propri coetanei.</p>



<p>I rischi</p>



<p>Dormire poche ore per notte crea un <strong>disordine sui ritmi fisiologici dell’organismo</strong> creando numerosi <strong>effetti nocivi e disturbanti</strong> quali:</p>



<p>• irritabilità e nervosismo;</p>



<p>• scarsa attenzione e interesse per il mondo reale;</p>



<p>• stanchezza fisica ed emotiva;</p>



<p>• aumento dei livelli d’ansia;</p>



<p>• umore tendente alla depressione;</p>



<p>Questo tipo di pratica, quindi, può causare dei <strong>danni allo sviluppo psicofisico dell’adolescente</strong>, e può incidere negativamente anche sul rendimento scolastico o sui rapporti interpersonali dei soggetti. Il fenomeno del vamping, inoltre, avvenendo di notte quando i freni inibitori sono allentati e la mente è offuscata dal sonno e dalla stanchezza, <strong>sembra favorire comportamenti patologici</strong> come il sexting, il cyberbullismo e la diffusione di materiale privato in rete.</p>



<p>Tratto da: https://it.aleteia.org/2022/06/14/vamping-il-nuovo-fenomeno-conquista-giovani/</p>
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		<title>Fenomeno del suicidio: falsi miti </title>
		<link>https://www.internetamico.net/fenomeno-del-suicidio-falsi-miti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Sep 2022 20:31:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[giornataprevenzionesuicidio]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I falsi miti sul suicidio sono ancora molto presenti nell'opinione pubblica. E' importante fare un po' di chiarezza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Un milione</strong> di persone muore ogni anno nel mondo per suicidio. Il tasso di mortalità è di 14,5 su 100.000 abitanti. Significa che <strong>ogni minuto si suicidano più di due persone</strong>, a volte ogni 40 secondi. Si tratta di una <strong>perdita di vite umane inaccettabile</strong>. Per i numeri globali e per il significato che l&#8217;atto porta con sé, è un problema di sanità pubblica non affatto trascurabile. <br>Anche quest’anno, il 10 settembre è ricorsa la <strong>Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio</strong>, un modo per promuovere la consapevolezza nella comunità scientifica e nella popolazione generale sulla salute mentale e per sensibilizzare le persone sulla prevenzione del suicidio.</p>



<p>Sul suicidio, l&#8217;atto con cui un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte, esistono <strong>molti falsi miti nell&#8217;opinione pubblica</strong>; nascono dalla mancata conoscenza e comprensione del fenomeno. Vediamone alcuni:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Le persone che muoiono per suicidio non sempre lasciano appunti. Nessuna nota dà spiegazione del gesto, <strong>raramente capita di trovare uno scritto</strong>. Ma otto persone su dieci che muoiono per suicidio <strong>hanno fornito indizi, precisi e numerosi, sulle loro intenzioni</strong>: sono avvertimenti, anche non verbali e a volte difficili da rilevare, che però non vengono colti.</li><li>Non è pertanto vero, secondo un altro falso mito sul suicidio, che <strong>le persone che parlano di suicidio cercano solo di attirare </strong>l&#8217;attenzione. Alla fine, se ci riescono, lo fanno sul serio. </li><li>Non è neanche del tutto vero che una volta che si è deciso di suicidarsi <strong>niente ti fermerà</strong>: le persone, in genere, non vogliono morire, <strong>desiderano soltanto che il dolore che provano finisca.</strong></li><li>Si pensa inoltre che <strong>il rischio di suicidio passi se lo stato emotivo migliora:</strong> le stime evidenziano invece che <strong>i più alti tassi di suicidio si verificano entro circa 3 mesi da un apparente miglioramento </strong>dopo uno stato di grave depressione.</li><li>È opinione diffusa che <strong>dopo un tentato suicidio sia improbabile riprovarci</strong>: è molto probabile invece ritentare, lo testimonia l&#8217;<strong>80% dei casi che ci riescono al secondo tentativo. </strong></li><li>È atteggiamento comune <strong>non menzionare il suicidio </strong>a qualcuno che mostra segni di depressione per timore che l&#8217;idea possa insinuarsi nella sua mente portandolo poi a compiere l&#8217;atto: risulta invece che l<strong>e persone depresse hanno già considerato il suicidio</strong> come opzione anche senza che qualcuno gliene abbia parlato. </li><li>Infine, si pensa erroneamente che se il tentativo di suicidio fallisce, significa che la persona non era seriamente intenzionata a porre fine alla propria vita: la verità è che molte persone non sanno semplicemente come fare ad uccidersi ma<strong> il fattore importante da considerare </strong>non è il metodo, che può risultare fallimentare, quanto piuttosto<strong> l&#8217;intenzione.</strong></li></ul>



<p><strong>Parlare di suicidio è la cosa migliore che si possa fare per aiutare i potenziali suicidi</strong>. Anche se bisogna saper dire nel modo giusto, <strong>il non dire non è mai una buona scelta </strong>se si vuole aiutare qualcuno che pensa di suicidarsi. <br>Perché morire da suicida non piace in realtà a nessuno. <br>Occorre saper ascoltare e vedere i segnali che vengono lanciati.</p>



<p>A cura di Monica Vaccaretti</p>



<p>Tratto da: https://www.nurse24.it/specializzazioni/salute-mentale/giornata-mondiale-prevenzione-suicidio.html</p>
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		<title>La depressione non è una questione di Biochimica</title>
		<link>https://www.internetamico.net/la-depressione-non-e-una-questione-di-biochimica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[operatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2022 19:44:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[serotonina]]></category>
		<category><![CDATA[vissuti traumatici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione non è una questione di biochimica cerebrale ed il ruolo della serotonina è stato ridimensionato dalle ultime ricerche scientifiche. Sono gli eventi e come li viviamo che possono creare il rischio depressivo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.internetamico.net/la-depressione-non-e-una-questione-di-biochimica/">&lt;strong&gt;La depressione non è una questione di Biochimica&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.internetamico.net">Internet Amico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da anni si moltiplicavano gli studi e le prese di posizione sulla <strong>inconsistenza della teoria</strong>, data per decenni come assodata, <strong>che la depressione fosse dovuta a&nbsp;uno squilibrio nella biochimica cerebrale</strong>, dovuto <strong>soprattutto alla serotonina</strong>.</p>



<p>Oggi un’analisi degli studi affidabili disponibili in materia, ha dimostrato, dati alla mano, che <em><strong>“la ricerca non supporta l’ipotesi che la depressione è causata da bassi livelli di serotonina”.</strong></em></p>



<p>Alcuni risultati sono addirittura paradossali: l’attività serotoninergica risulta superiore nei soggetti depressi.&nbsp;</p>



<p><strong>La notizia</strong> travalica il dato scientifico per assumere una <strong>forte connotazione culturale e sociale</strong>. Il messaggio che la depressione è solo “un prodotto della biochimica del cervello” non ha generato solo l’idea che c’è bisogno di una sostanza chimica (il farmaco) per curarla, ma anche – ed è dimostrato – un atteggiamento più pessimistico e fatalistico nelle persone rispetto al problema.</p>



<p><strong>Anche altre cause puramente biologiche</strong>, come quelle genetiche, <strong>si sono mostrate deludenti</strong>. Non si diventa depressi per colpa dei geni, <strong>servono sempre delle situazioni, dei vissuti, che fanno la differenza.&nbsp;</strong></p>



<p>Abbiamo una montagna di dati sul ruolo dell’infanzia, dei traumi, dello stress, delle relazioni disfunzionali; basti pensare che un’ infanzia psicologicamente problematica, una madre sofferente di depressione, arrivano a triplicare il rischio di soffrire di depressione nelle fasi successive della vita.</p>



<p>È importante sottolineare che <strong>non sono i fatti in sé ma soprattutto come noi li viviamo che creano il rischio depressivo, </strong>cioè il profilo psicologico, emotivo e cognitivo, che associamo ai fatti. <br>Anche perché la <strong>reazione psicologica si lega e orienta quella biologica&nbsp;e comportamentale.&nbsp;</strong><br>Ed è altrettanto importante sottolineare che l<strong>’atteggiamento psicologico si può modificare</strong>: saperlo è la chiave d’accesso.</p>



<p>In una società dove aumentano le depressioni gravi ma molto di più i disturbi depressivi più comuni (una persona su cinque), dove la depressione è destinata a diventare il costo più alto per la società tra tutti i problemi di salute, è bene che <strong>su questa tematica l’attenzione si sposti dalle cellule alla persona</strong>. Non solo serve una psicoterapia pubblica (a valle) ma anche una rete psicologica di prevenzione e promozione della resilienza (a monte).&nbsp;</p>



<p><em>Il microscopio ha un enorme valore per capire i problemi ma non ci si può fermare lì, bisogna alzare lo sguardo e avere il coraggio di guardarsi intorno.</em></p>



<p>Tratto da: https://www.huffingtonpost.it/blog/2022/07/22/news/la_depressione_non_dipende_dalla_serotonina-9917994/</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.internetamico.net/la-depressione-non-e-una-questione-di-biochimica/">&lt;strong&gt;La depressione non è una questione di Biochimica&lt;/strong&gt;</a> proviene da <a href="https://www.internetamico.net">Internet Amico</a>.</p>
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